Restauro e conservazione delle opere d’arte

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Tracciati d’Arte n. 5

“Impariamo ad amare e capire l’arte attraverso la Teoria del Restauro. Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro”.

Cesare Brandi, Teoria del Restauro, Torino, 1977

PM5_1Così voglio iniziare questa rubrica e il mio viaggio intorno all’arte, con le parole di Cesare Brandi. E’ da qui che tutto cominciò; dalla sua premessa, per far comprendere agli “esperti”, tecnici, critici e storici dell’arte il vero valore di un’opera. Il restauro non è una disciplina avulsa dalla realtà artistica, non è solo “artigianato” come pensano in molti, ma è l’essenza stessa dell’arte e delle opere che gli artisti del passato ci hanno trasmesso. Il mio intento non è quello di rivolgermi soltanto ad un pubblico di tecnici, ma anche a tutti quei lettori appassionati, che cercano un luogo in cui dar sfogo ai sentimenti e appagare il proprio essere, magari guardando un dipinto, una scultura o un bel mobile antico che per un attimo ci distacchi dalla nostra quotidianità, a volte monotona e sistematica. Cesare Brandi, insieme a G.C. Argan, fu il creatore dell’ICR (Istituto Centrale del Restauro, con sede a Roma), nonché il precursore della “Teoria del Restauro”. Fu il direttore dell’Istituto per oltre venti anni e in quel periodo vennero scritti i volumi più importanti delle lezioni che egli stesso aveva dedicato al restauro. Ma il tesoro più prezioso che Brandi ci ha lasciato in eredità, fu la costituzione della Carta del Restauro nel 1972. Un documento che dal punto di vista legale non possedeva alcuna forza, ma da quello teorico e pratico, aveva e ha tuttora valenza massima; nella consapevolezza che le opere d’arte, da quelle urbanistiche, ai monumenti architettonici, alla pittura e alla scultura, hanno il sacrosanto diritto di essere tutelate, in maniero organica e periodica. Da qui parte l’esigenza ad opera degli organi competenti, di creare un insieme di norme tecnico-giuridiche atte ad applicare un intervento che salvaguardi in modo preventivo le opere nel loro insieme, ovviamente entro certi limiti. Vincoli che sono stabiliti da quella che è la loro conservazione, ai fìni dell’intervento di restauro vero e proprio. In tal senso la Carta del Restauro doveva rappresentare la continuazione teorica di ciò che già in pratica si attuava all’interno dell’Istituto sin dal lontano 1939. Oltre all’Istituto, fu nominata una Commissione ministeriale, che doveva costituire delle norme idonee a tutte le opere riguardanti sia i resti archeologici, che le espressioni di arti figurative e popolari. Tuttavia anch’esse non avendo forma di legge non furono estese alla Nazione. La mancanza all’epoca di una giurisdizione sul restauro, portò ad un risultato disastroso. Di fronte ad alterazioni chimiche sulle opere, sventramenti di edifìci, distruzioni portate dai conflitti mondiali, i sentimenti degli italiani ebbero il sopravvento. Così purtroppo in molti casi, gli interventi non furono guidati dal buon senso, quanto dal romanticismo e la metodologia di intervento risultò poco consona e regolamentare. Gli effetti deleteri di alcuni dì questi restauri del passato sono ancora dinanzi ai nostri occhi, in parecchie città o musei. Spesso veniva richiesto durante i ripristini o le ricostruzioni un ammodernamento dei siti da trattare, creando un’immagine di urbanistica molto disarmonica e che non rispettava l’ambiente. Perciò la Carta del Restauro in questa direzione rappresenta una vera conquista; finalmente si superava il concetto dei restauri dei monumenti individuali e si operava sullo stato di conservazione dell’opera nel suo contesto storico e artistico. Molti si sono occupati di restauro in passato, ma spesso il risultato è stata una confusione latente nei confronti della sua teoria e della pratica. Pochi hanno rispettato ed amato veramente questa disciplina, con la presa di coscienza che esistono attualmente una serie di principi, che derivano dall’immenso lavoro portato avanti dai grandi maestri dei secoli scorsi e sui quali i chimici esperti di oggi, ancora lavorano, imparano e migliorano. Non bisognerebbe mai dimenticare, che comunque il restauro comporta inevitabilmente un cambiamento di alcune proprietà dei materiali originali; che a volte si sacrificano nel buon nome di una migliore conservazione dell’opera, naturalmente sempre nel rispetto del manufatto stesso e nella reversibilità dell’intervento. Di questo si occuperà questa rubrica: di approfondire quelli che sono i comandamenti di un buon restauro e i concetti sui quali si basa un giusto intervento di conservazione, attraverso una lettura, e perché no, uno studio degli antichi manuali e ricettari di restauro che fortunatamente ancora possediamo.

Patrizia Maio

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