Il sarcofago degli sposi

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Tracciati d’Arte n. 5

RIFLESSIONI

FP_1Il vero fine per uno studioso del passato è, attraverso l’analisi degli oggetti, i resti delle costruzioni, le necropoli, le opere d’arte, ecc. rintracciare quel ponte spirituale ormai dimenticato, ma si badi bene non scomparso, che è in noi uomini attuali e i nostri avi. Prendiamo ad esempio quella che a mio parere è una delle più belle rappresentazioni di arte scultorea etrusca di tutti i tempi: il Sarcofago degli Sposi. Rinvenuto a Cerveteri anni or sono, non si sa da chi e in quale tomba, frammentato in decine di pezzi, restaurato e “sradicato” dal suo “ambiente” di origine culturale, è ora conservato nel museo etrusco di Villa Giulia a Roma. A mio avviso l’artista che lo ha prodotto, si può paragonare ad un Michelangelo di 2500 anni fa. La prima cosa che colpisce di questa splendida opera, è lo sguardo. Che cosa guardano i due sposi? Due ragazzi, due ragazzi sposi di un’età che potremmo ipoteticamente definire intorno ai vent’anni, che cosa guardano? A chi è rivolto il loro sguardo? Non di certo a chi li osserva. È lo sguardo del futuro. È rivolto al futuro, al futuro della loro famiglia, della loro gente, del loro popolo. Uno sguardo di speranza, sereno. Uno sguardo che combinato a quei sorriso, così tenero, così dolce, ci manda un messaggio chiaro: “non ci siamo più, ma ci saremo”, e questo per un popolo equivale all’eternità. “Ci saremo se qualcuno ci sarà, se qualcuno ci capirà, se capirà tutto questo”. Non mi soffermo a descrivere le stupende fattezze di questa opera, dei particolari delle vesti, delle capigliature, dei metodi per creare in terracotta una scultura così pregevole, che tutti possono poi ritrovare in qualsiasi manuale di archeologia. Qui analizziamo il messaggio, lo spirito. Cosa indica lo sposo con la mano sinistra? Un ragazzo con un corpo vigoroso, dalla tipica barba e acconciatura alla moda in quel tempo. Le sue spalle larghe, trasmettono un senso di forza, sicurezza, ma anche tenerezza, per quelle trecce che vi cadono sopra, sfiorandole. Indica lei, la sua amata, “ecco”, ci dice, “questo è il mio amore, sono vissuto per lei e sono morto per lei e per il nostro popolo”. Da lì lo sguardo sale e coglie il suo sorriso di lei, così unico, così spontaneo. I due volti rappresentano i tipici dei volti stereotipati delle figure classiche greche. A parte i classici “occhi a mandorla”, i due nasi però, non sono “alla greca” ed il mento di lei è alquanto pronunciato, potremmo dire… “simpatico”. Sono due ritratti. Una vera e propria scultura rappresentativa. L’artista ha voluto ricordare i due giovani con un’opera che sarebbe più un “monumento” dedicato ad essi, che un classico sarcofago funerario. Questa ipotesi è forse confermata dalla suddivisione in quattro parti dell’opera, con la parte dei busti sproporzionatamente più grande della parte inferiore delle gambe, proprio per mettere più in risalto la carica espressiva ed emotiva del gesto, caratteristica scultorea questa, tipicamente etrusco. Ed è alquanto strana l’idea che il tutto sia stato creato per contenere solo le loro ceneri, come del resto è assai rara la deposizione di due coniugi nello stesso sarcofago. Con un po’ di fantasia potremmo immaginare la mano destra di lui, stringere un calice colmo di vino e lei con la mano sinistra, tenere un uovo, simbolo sacro per gli etruschi della vita e con la destra un altro calice di vino (le posizioni delle dita della mano destra di lei e di lui sono identiche!). Brindano. Brindano perché non ci sono. Perché sono andati. Brindano con speranza… a noi. A noi che arriveremo…

Fabio Papi G.A.T.C.

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