Del deserto non vediamo i confini

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Deserto
1
L’arancione spento di vecchie carote,
unito al giallo limone
di una sbeccata pattumiera,
che contiene resti occidentali,
sono uno spaccato di deserto
acceso dal giallo sole d’agosto.
Nella sabbia gialla corrono
camionette polverose: losche ombre
e svolazzanti panni neri a vessillo.
Nel nero la paura
acceca la vista al sole
e lascia a terra macerie umane.
Nulla di quel che era, sarà:
la medicina crocefissa,
l’Arte scoppiata con
la testa dirigente mozzata*,
e la faccia sbiadita dell’opulenza
che piange davanti a un piatto
solo per convenienza.
2
La carne umana quando brucia
ha lo stesso odore del pollo arrosto,
ma del pollo non la stessa fortuna
di bruciare da morto,
in una padella profumata
tra spezie e sguardi divertiti,
voci squillanti e stomaci affamati.
3
Del deserto non vediamo i confini,
solo giallo a perdita d’occhio
ma senza girasoli a compendio
del misero sguardo umano.
Del deserto sentiamo il vento
sibilare nelle orecchie chiuse
e la sabbia ottura i pori
e il gelo della notte nera.
Del deserto sentiamo le urla
di migliaia di bambini frantumati
come bambole di pezza e allineati
con un numero in fronte
senza identità, senza storia.
Del deserto noi abbiamo i nostri morti
stroncati  da un sole impietoso
tra iphone e lussi vari,
la storia è sempre la stessa
quella delle bambole di pezza
senza nome e senza storia.
4
Vorrei ascoltare il canto dei grilli
abbracciata alla luna,
abbaiando come un cane!

Questa è una lirica che contiene quattro poesie; quattro quadri per parlare del disastro che sta avvenendo nei territori siriani, libici, iracheni, africani. Qualcuno mi fa notare, che anche qui da noi non va meglio. È vero, non abbiamo risolto i nostri problemi né come italiani né come europei.

Eppure i fenomeni tragici di quelle terre mi angosciano. Sento che dobbiamo fare qualcosa, per fermare tanta barbarie.

È di questi giorni la notizia che l’ex direttore del museo archeologico di Palmira Khaled Asaad *di 82 anni, dopo un mese di torture è stato decapitato. Ha preferito la morte, piuttosto che svelare dove fossero custoditi i reperti archeologici, messi in salvo prima dell’arrivo dei Jihadisti e della distruzione del sito archeologico di Palmira. Un eroe dei nostri giorni, già dimenticato, come tanti altri, la cui memoria ha ormai il colore della sabbia del deserto.

 

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[…]
Nulla di quel che era, sarà:
la medicina crocefissa,
l’Arte scoppiata con
la testa dirigente mozzata*
[…]
La carne umana quando brucia
ha lo stesso odore del pollo arrosto,
ma del pollo non la stessa fortuna

Cerchiamo di camuffare il nostro terrore, confidando nei sistemi di sicurezza dei nostri opulenti paesi occidentali; nella lontananza di queste terre, che per i tempi attuali è ridicola; nell’indifferenza idiota a trattare il problema, presi come siamo dalle difficoltà del nostro quotidiano; nell’illusione idiota di poter chiudere le frontiere.
Se dall’Africa all’Asia è tutto un focolaio di guerre e brutalità, noi, come Occidente, non possiamo assolverci.
Il fenomeno IS è particolarmente pericoloso; avanza inesorabilmente e lascia dietro di sé una scia di sangue e polvere.
Sembra che nessuno sappia realmente cosa fare per fermare queste truppe di esaltati, assetati di sangue.  È come se fossero l’incarnazione perversa dei più crudeli personaggi dei giochi virtuali, con i quali nutriamo i nostri teneri fanciulli.
Non dimentichiamoci, che molta di quella gente incappucciata è giovane ed è partita dai paesi dell’Occidente.
Qualcosa nella nostra macchina educativa e morale ha fallito, e forse più di una cosa non è andata per il verso giusto. L’uomo bianco ha esportato sempre e solo crudeltà, rapina, sopruso in ogni paese in cui è arrivato. Ha depredato culture millenarie, imponendo la sua come verità assoluta, trattando qualsiasi altra forma di civiltà, cultura e credo religioso come inferiore.
La situazione è ingarbugliata e sta sfuggendo di mano.
Nel nostro paese la crisi economica ha messo in ginocchio larghi strati di popolazione.
Prospera il mercato del lavoro nero e lo sfruttamento più ignobile in tutti i settori lavorativi, specialmente nell’agricoltura e nell’edilizia.
Il nostro deserto ha un altro colore, la sabbia che ottura i pori della pelle è invisibile ma inesorabile o come dico nella poesia:
Del deserto non vediamo i confini
Siamo arrivati a un punto di rottura e siccome sono una persona pacifica, io lotto per una società giusta, senza frontiere, senza intolleranza, senza violenza, senza lo strapotere economico.
Che dite? Lotto inutilmente? Sono peggio di Don Chisciotte?
Lottare serve a non sentirsi inutili.
Lottare aiuta a sognare una vagheggiata pace, come nei versi di chiusura della poesia:

Vorrei ascoltare il canto dei grilli
abbracciata alla luna,
abbaiando come un cane!

Sono nata a Roma il 15 settembre del 1961. Ho frequentato i primi 3 anni del Liceo Classico e ho conseguito la Maturità Magistrale. Scrivo da quando avevo sedici anni, per motivi di famiglia e non solo, la penna è rimasta silente per circa vent'anni. Dal 2010 ho ripreso a scrivere. Ho vinto numerosi premi sia per la poesia che per la narrativa e mie poesie sono presenti in diverse Antologie

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